Trasferimento del lavoratore in altra sede nel medesimo comune


Trasferimento del lavoratore in altra sede nel medesimo comune

In applicazione dell’art. 2103 c.c, il datore di lavoro può  trasferire il dipendente solo in presenza di “comprovate ragioni tecniche organizzative o produttive”.

Si è discusso se possa parlarsi di trasferimento in senso tecnico con applicazione della richiamata normativa, nel caso in cui il lavoratore sia trasferito presso altra sede, ma nello stesso comune di quella di provenienza.

Partendo dal presupposto che il trasferimento è lo spostamento non temporaneo del lavoratore da una unità produttiva ad un’altra, la giurisprudenza ha specificato che per “unità produttiva” si deve intendere ogni articolazione autonoma dell’azienda che sia idonea, sotto il profilo funzionale, a esplicare in tutto o in parte l’attività di produzione di beni e servizi (Cassazione, 11660/2003).

Ciò significa che si potrà avere trasferimento (e conseguentemente applicazione della relativa normativa di tutela)  allorquando lo spostamento avvenga verso stabilimenti, uffici o reparti della stessa azienda tra loro autonomi, a prescindere da una più o meno ampia dislocazione geografica, quindi, anche nel caso in cui dovessero trovarsi nello stesso comune.

Con recenti pronunce, la Cassazione ha fondato tale estensione dell’ambito applicativo dell’art. 2103 c.c. valorizzando la ratio della norma da intendersi come tutela della dignità del lavoratore e protezione dell’insieme di relazioni interpersonali, che lo legano a un determinato complesso produttivo, con applicazione anche ai casi in cui il trasferimento preveda uno spostamento in un ambito geografico ristretto (ad es. nello stesso territorio comunale), con esclusione delle articolazioni aziendali che, sebbene dotate di una certa autonomia amministrativa, siano destinate a scopi interamente strumentali o a funzioni ausiliarie sia rispetto ai generali fini dell’impresa, sia rispetto ad una frazione dell’attività produttiva della stessa (Cass. 4 ottobre 2004, n. 19837; Cass. 15 maggio 2006, n. 11103).

Sulla scia di tale orientamento, la Cassazione con la sentenza n. 24015/2017 ha accolto il ricorso di un lavoratore che assisteva un familiare disabile, licenziato per aver rifiutato un trasferimento una nuova sede distante pochi chilometri. La Corte di Appello aveva ritenuto legittimo il trasferimento, trattandosi di sede molto vicina e rilevando che l’orario di lavoro era compatibile  con le esigenze di cura del dipendente. In un’ottica di valorizzazione delle esigenze di assistenza e cura del disabile, gli Ermellini hanno rilevato che, pur in considerazione della breve distanza, non poteva comunque omettersi (i) l’accertamento della compatibilità della nuova sede di lavoro con gli obblighi di assistenza familiare e (ii) la verifica  dell’effettiva alterazione delle condizioni di vita del contesto familiare in cui si trovava il disabile,

occorrendo salvaguardare condizioni di vita accettabili per il contesto familiare in cui la persona con disabilità si trova inserita ed evitando riflessi pregiudizievoli dal trasferimento del congiunto ogni volta che le esigenze tecniche, organizzative produttive non risultino effettive e comunque insuscettibili di essere diversamente soddisfatte”.