Riconoscimento del TFR e pretese creditorie


Riconoscimento del TFR e pretese creditorie

Si segnala l’ordinanza interlocutoria n. 1251 del 25 gennaio 2016, con cui la Sezione Lavoro della Suprema Corte di Cassazione ha trasmesso gli atti al Primo Presidente per l’eventuale assegnazione alle Sezioni Unite della questione, ritenuta di massima importanza, relativa alla sussistenza, o meno, dell’obbligo per il lavoratore, una volta venuto meno il rapporto di lavoro, di avanzare in un unico giudizio tutte le pretese creditorie trovanti titolo nel suddetto rapporto, con conseguente improponibilità delle domande successive.

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La questione viene sollevata a seguito della decisione della Corte di Appello di Torino che, discostandosi dal consolidato orientamento giurisprudenziale in materia, ha considerato legittima la domanda giudiziale di ricalcolo di alcune indennità spettanti a seguito della cessazione del rapporto di lavoro proposta da una lavoratrice, pur avendo la stessa in precedenza già avanzato una diversa domanda giudiziale per il riconoscimento del TFR.

I giudici torinesi, dunque, non hanno ritenuto di dover condividere la posizione – fino ad oggi accolta dalla maggioranza dei tribunali italiani – secondo cui non sarebbe consentito al lavoratore, che agisca in forza di un unico rapporto di lavoro, frazionare le proprie pretese economiche in plurime domande giudiziali, contestuali o scaglionate nel tempo (cd. principio dell’infrazionabilità della domanda giudiziale).

Secondo la Corte di Appello di Torino, infatti, tale principio – affermato a più riprese dalla stessa Cassazione – opera soltanto in ipotesi di rapporto obbligatorio “unico in senso stretto” e non anche in ipotesi di rapporto di lavoro, in quanto dallo stesso discendono una pluralità di obbligazioni (retributive, risarcitorie, ecc.) concernenti istituti economici diversi. Non può quindi affermarsi che alla cessazione del rapporto di lavoro si venga a costituire in capo al lavoratore un “unico credito” costituito dalla sommatoria delle voci economiche, retributive e/o risarcitorie, ancora da esso derivanti.

Di conseguenza, secondo la ricostruzione fornita dei giudici torinesi, il lavoratore sarebbe legittimato ha agire in giudizio per il riconoscimento delle proprie pretese economiche derivanti da un rapporto di lavoro anche con domande separate e/o successive, purché non risulti chiara ed evidente la volontà dello stesso di abusare dello strumento processuale riconosciutogli dall’ordinamento.

Alla luce di tale innovativa interpretazione del principio di infrazionabilità della domanda giudiziale, la Sezione Lavoro della Cassazione – considerata la questione di particolare valore e rilevanza – ha ritenuto di interpellare al riguardo le Sezioni Unite del supremo organo di legittimità, chiedendo alle stesse di fare chiarezza sul punto.

Qualora le Sezioni Unite dovessero accogliere con favore l’interpretazione fornita dalla Corte di Appello di Torino al lavoratore sarebbe riconosciuta la possibilità di agire in giudizio per il riconoscimento delle proprie ragioni economiche anche mediante domande separate, sempre e comunque nel rispetto dei principi fondamentali che regolano il processo civile.

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