Riconoscimento del lavoro subordinato


Riconoscimento del lavoro subordinato

Rapporto di lavoro subordinato: quando sussiste e come chiederne il riconoscimento in giudizio.

L’assoggettamento del lavoratore al potere direttivo, disciplinare e di controllo del datore di lavoro costituisce il criterio distintivo esistente tra rapporto di lavoro subordinato e lavoro autonomo.

Tale subordinazione, tuttavia, non sempre risulta di immediata percezione. In molti casi, infatti, rapporti lavorativi qualificati contrattualmente come autonomi o collaborativi (co.co.co.) si risolvono invece in vere e propri rapporti di natura subordinata.

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Al fine di consentire al lavoratore di tutelare i propri diritti e di ottenere il riconoscimento della natura subordinata del lavoro dallo stesso svolto, la giurisprudenza di merito e di legittimità ha, nel tempo, individuato gli elementi che consentono di procedere alla corretta qualificazione del rapporto in questione (cd. indici rivelatori della subordinazione).

Costituiscono indici sintomatici della subordinazione, valutabili dal giudice del merito sia singolarmente che complessivamente, la continuità della prestazione, l’obbligo di osservare un orario di lavoro, la cadenza e la forma della retribuzione, l’utilizzazione di strumenti di lavoro, lo svolgimento della prestazione in ambienti messi a disposizione dal datore di lavoro e l’assenza di rischio in capo al lavoratore circa l’esito positivo della prestazione svolta.

La qualificazione del rapporto operata dalle parti al momento della sottoscrizione del contratto di lavoro non preclude, pertanto, al lavoratore la possibilità di agire in giudizio per far valere la subordinazione del rapporto. Ciò che rileva, dunque, sono le effettive modalità con cui si svolge la prestazione lavorativa, che dovrà essere valutata nel suo complesso. Conferma in tal senso è stata recentemente fornita dalla Sezione Lavoro della Corte Suprema di Cassazione che, con la ordinanza n. 7587 del 27 marzo 2018, dopo aver rilevato che “l’elemento tipico che contraddistingue il primo dei suddetti tipi di rapporto è costituito dalla subordinazione, intesa quale disponibilità del prestatore nei confronti del datore, con assoggettamento al potere organizzativo, direttivo e disciplinare del datore di lavoro, ed al conseguente inserimento del lavoratore nell’organizzazione aziendale con prestazione delle sole energie lavorative corrispondenti all’attività di impresa”, ha ribadito come “ulteriori elementi, quali l’assenza del rischio, la continuità della prestazione, l’osservanza di un orario e la forma della retribuzione, pur avendo natura meramente sussidiaria e non decisiva, possono costituire indici rivelatori della subordinazione, idonei anche a prevalere sull’eventuale volontà contraria manifestata dalle parti, ove incompatibili con l’assetto previsto dalle stesse”.

Al fine di consentire al giudice di operare tale valutazione è essenziale che il lavoratore fornisca prova della sussistenza del vincolo di subordinazione, deducendo – ad esempio – di aver ricevuto ordini specifici da parte di quest’ultimo o di essere stato soggetto al suo potere di vigilanza.

La prova specifica della sussistenza degli indici della subordinazione è particolarmente importante in tutte quelle ipotesi in cui il lavoratore si trovi a svolgere attività di natura prevalentemente intellettuale (si pensi, a titolo esemplificativo, all’attività svolta dai tutor universitari) o attività che comportano un notevole ambito di autonomia.

In questi casi, infatti, la natura particolare della prestazione svolta rende l’attività di indagine che il giudice andrà a compiere più complessa, e l’onere della prova gravante sul lavoratore si intende più stringente.

Infatti, in mancanza della prova della subordinazione non sarà possibile per il giudice procedere alla riqualificazione del rapporto di lavoro con conseguente pregiudizio per il lavoratore.

Per tale ragione, anche in fattispecie che potrebbero apparire simili, gli Uffici Giudiziari hanno adottato decisioni apparentemente contrastanti sulla scorta di un differente complessivo esame della vicenda che aveva interessato il lavoratore.

In un giudizio promosso da un tutor universitario innanzi il Tribunale di Bari, ad esempio, quest’ultimo ha riconosciuto la sussistenza di un rapporto di lavoro subordinato tra il tutor e la società datrice di lavoro, avendo ritenuto che in corso di giudizio fosse stata raggiunta la prova della “sottoposizione della lavoratrice al potere direttivo dei coordinatori e dei responsabili della didattica” nonché degli ulteriori indici della subordinazione quali “la messa a disposizione delle energie lavorative tramite l’obbligo di presentazione quotidiana sul posto di lavoro e la costante reperibilità, la continuità del rapporto, l’inserimento nell’organizzazione produttiva, l’osservanza di orari prestabiliti, l’utilizzo delle attrezzature datoriali, l’assenza di rischio, la corresponsione di una retribuzione periodica e predeterminata a prescindere dal risultato finale.”.

Diversamente, in una fattispecie sostanzialmente simile a quella esaminata dal Tribunale di Bari, con sentenza n. 664 del 19 febbraio 2016, la Corte di Appello di Roma, accogliendo le difese svolte dalla società datrice di lavoro – rappresentata e difesa dallo Studio Legale Lombardo – ha ritenuto infondato l’appello promosso dalla lavoratrice e volto al riconoscimento della natura subordinata del rapporto di lavoro dalla stessa svolto in qualità di tutor per la preparazione di esami universitari, sulla base dell’insussistenza, nella vicenda esaminata, di elementi idonei a qualificare il rapporto contestato come subordinato.

Tali pronunce sono la prova di come, al fine di consentire al lavoratore di tutelare i propri diritti, sia necessario rivolgersi ad uno studio di professionisti che abbiano una profonda conoscenza della complessa materia del diritto del lavoro, che possa fornire loro ogni utile informazione in ordine alle possibili criticità di un contenzioso ed assisterli vittoriosamente in giudizio.

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