Iscrizione alla Centrale Allarmi Interbancaria

Quando e perché la segnalazione in C.A.I (Centrale allarmi interbancaria) è ritenuta legittima? Proviamo a rispondere alla domanda con un caso concreto da poco risolto dal Tribunale di Rieti aderendo alla tesi proposta dallo Studio Legale Lombardo. Con Sentenza n. 605/2019, infatti, il Tribunale Civile di Rieti ha respinto la domanda di un correntista che aveva citato in giudizio la Banca per una segnalazione presso i registri del C.A.I., a suo dire illegittima, ritenendo al contrario pienamente conforme al dettato normativo l’operato della Banca. Parte attrice chiedeva al Giudice di accertare la responsabilità contrattuale ed extracontrattuale dell’Istituto di Credito e la conseguente condanna al risarcimento dei danni subiti in dipendenza dell’illegittima segnalazione. Nei fatti, a seguito del mancato pagamento di un assegno, la Banca inviava una comunicazione al correntista, segnalando che, se nel termine di 60 giorni dalla scadenza di presentazione del titolo, non avesse dato prova dell’avvenuto pagamento dell’importo facciale, degli interessi, della penale e delle spese, il suo nominativo sarebbe stato iscritto presso la Centrale Allarmi Interbancari. Secondo la tesi di parte attrice, invero, nella missiva inviata la Banca avrebbe omesso di specificare le modalità attraverso le quali correntista avrebbe dovuto fornire prova dell’avvenuto pagamento, di talché la prova comunque offerta (a mezzo fax) dal debitore doveva ritenersi idonea a soddisfare il requisito di legge e di conseguenza illegittima la segnalazione che la Banca aveva operato. Ebbene, tale tesi è stata  disattesa dall’adito Tribunale, che correttamente ha rilevato come nella comunicazione inviata dalla  Banca  vi fosse un chiearo ed espresso riferimento alla disciplina dettate  dalk’art. 9 bis della Legge n.386 del 1990, disposizione che richiama l’art. 8 della medesima legge, che  contiene tutte le precise indicazioni in ordine alle modalità attraverso cui il debitore deve dar  prova dell’avvenuto pagamento.

Sul punto, del resto, anche la giurisprudenza di legittimità è stata in più occasioni chiara nell’affermare che “in tema di emissione di assegno bancario senza provvista, la norma dell’art. 8, comma terzo, della legge 15 dicembre 1990 n.386, come sostituito dall’art. 33 del d.lgs. 30 dicembre 1999 n. 507, disciplinante la prova del pagamento entro sessanta giorni dalla data di scadenza del termine di presentazione dell’assegno, non ammette equipollenti e, al fine di evitare accordi fraudolenti tra i soggetti privati dell’obbligazione cartolare, esige la certezza della data del pagamento. A garanzia di questa, pertanto, la prova del pagamento deve essere fornita al pubblico ufficiale tenuto alla presentazione del rapporto mediante quietanza a firma autenticata del portatore ovvero mediante attestazione dell’istituto di credito presso il quale è stato effettuato il deposito vincolato dell’importo dovuto”(Corte di Cassazione, sez. IV Civile -1, ordinanza 11 aprile – 3 luglio 2017, n. 16363; Cass., sez.I, 27 giugno 2011, n. 14740).

L’ordinanza n. 16363/2017 della Suprema Corte, ha di fatto escluso l’equipollenza della semplice comunicazione via fax dell’avvenuto tempestivo pagamento alla presentazione della quietanza autenticata. 

La Banca ha, dunque, correttamente indicato al debitore  tutte le formalità da rispettare al fine di evitare la segnalazione presso l’archivio di cui all’art. 10 bis della Legge 386 del 1990, in tal modo rendendo pienamente edotto quest’ultimo delle precise prescrizioni di legge.

In conclusione, dunque, si può affermare che il rispetto della normativa dettata dalla Legge 386 del 1990, legittima l’iscrizione del nominativo nei registri C.A.I. ogni qual volta il debitore dia prova dell’avvenuto pagamento degli oneri dovuti a seguito del mancato pagamento di un assegno con modalità diverse da quelle indicate dalla legge  (quietanza a firma autenticata del portatore ovvero mediante attestazione dell’istituto di credito presso il quale è stato effettuato il deposito vincolato dell’importo dovuto), non potendosi ritenere  equipollenti altre forme non altrettanto solenni.

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