Il mobbing ed il difficile onere probatorio del lavoratore

L’articolo 32della Costituzione garantisce il diritto alla salute, dal quale consegue il dovere del datore di lavoro di astenersi dal tenere comportamenti lesivi dell’integrità psico-fisica del lavoratore e il suo obbligo di prevenire e neutralizzare tali rischi (ex art. 2087 c.c. ).

In osservanza di tale norma, il datore di lavoro è, quindi, tenuto anche ad impedire e contrastare il fenomeno del c.d. mobbing.

Nel nostro ordinamento non esiste, tuttavia, una definizione normativa di mobbing, che è, invece, una nozione elaborata dalla dottrina e dalla giurisprudenza.

La Suprema Corte definisce il mobbing: “Una condotta del datore di lavoro o del superiore gerarchico, sistematica e protratta nel tempo, tenuta nei confronti del lavoratore nell’ambiente di lavoro, che si risolve in sistematici e reiterati comportamenti ostili che finiscono per assumere forme di prevaricazione o di persecuzione psicologica, da cui può conseguire la mortificazione morale e l’emarginazione del dipendente, con effetto lesivo del suo equilibrio psichico e del complesso della sua personalità” (Cass. n. 3785/09; nello stesso senso, ex multis,  Cass .n. 87 del 10 gennaio 2012; Cass. n. 17698/2014; Cass n. 898/2014;  Cass. n. 12437 del 21 maggio 2018).

Dunque, perché si configuri il mobbing è necessaria la concomitante sussistenza nel caso concreto di una molteplicità di elementi:

  • una pluralità di condotte, anche intrinsecamente legittime ove considerate singolarmente, protratte nel tempo, poste in essere dal datore di lavoro o da un suo preposto o da altri dipendenti, sottoposti al potere direttivo dei primi;
  • una volontà vessatoria finalizzata alla persecuzione o emarginazione del dipendente che unifica tali atti;
  • la conseguente lesione della salute o della personalità del dipendente;
  • il nesso eziologico tra la condotta ed il pregiudizio psico-fisico:
  • la prova dell’elemento soggettivo, ossia dell’intento persecutorio.

Il dipendente che assume di essere stato mobbizzato ha, quindi, l’onere di provare non solo le condotte vessatorie, ma anche la volontà persecutoria, nonché il nesso causale con il danno subito.

Ai fini della configurabilità di una fattispecie di mobbing, il lavoratore si scontra con la probatio quasi diabolica di dover dimostrare l’elemento psicologico, ossia l’intento vessatorio che unifica tutte le condotte datoriali.

Orientamento ormai consolidato ammette, tuttavia, che tale prova possa essere fornita con l’utilizzo di presunzioni.

Recentemente la Suprema Corte, con la pronuncia n. 23918 del 25 settembre 2019, pur ribadendo chiaramente il suddetto principio, ha specificato che le presunzioni devono essere “gravi, precise e concordanti”, ritenendo, in quel caso, non sufficienti le argomentazioni della lavoratrice che si era limitata a dedurre che solo a lei – a differenza dei colleghi non meglio specificati – era stato impedito di proseguire con la modalità di tele-lavoro notturno.

In altra fattispecie, gli Ermellini hanno, invece, riconosciuto che l’intento psicologico datoriale fosse validamente desumibile per presunzioni, ad esempio,  “dalle modalità di svolgimento del lavoro attribuito nelle nuove incombenze, dalla inattività che ne era derivata e dalla lunghezza e ampiezza del periodo interessato” (Cass.  ordinanza del 4 giugno 2019 n. 15158)

Nello stesso senso il Consiglio di Stato, con pronuncia n. 4471 del 1 luglio 2019 della Sezione 4, ha ribadito che la prova dell’elemento intenzionale e vessatorio del datore di lavoro può essere fornita dal lavoratore anche in base alle caratteristiche oggettive dei comportamenti tenuti, e cioè su presunzioni gravi, precise e concordanti, dai quali è possibile risalire da fatti noti ad altri ignorati (art. 2727 c.c.) 

Secondo il costante orientamento del Consiglio di Stato, infatti, l’esistenza di un intento persecutorio, al fine di integrare il c.d. mobbing, presuppone la necessaria sussistenza, nei confronti del dipendente, di un complessivo disegno, da parte dell’Amministrazione, preordinato alla vessazione e alla prevaricazione, che deve sempre essere verificato dal Giudice Amministrativo, anche mediante l’esercizio dei suoi poteri officiosi, in quanto “la pur accertata esistenza di uno o più atti illegittimi adottati in danno di un lavoratore non consente di per sé di affermare l’esistenza di un’ipotesi di mobbing, laddove il lavoratore stesso non alleghi ulteriori e concreti elementi idonei a dimostrare l’esistenza effettiva di un univoco disegno vessatorio o escludente in suo danno” (Cons. St., sez. IV, 6.8.2013, n. 4135).

Una volta provata la sussistenza del mobbing, ivi compresa la volontà vessatoria, il lavoratore deve, poi, contestare di aver subito un pregiudizio specificandone la natura e la tipologia.

Secondo il granitico orientamento della Suprema Corte, il dipendente deve, quindi, allegare le circostanze che puntualmente e nella fattispecie concreta (e non in astratto) descrivano “durata, gravità, conoscibilità all’interno ed all’esterno del luogo di lavoro della operata dequalificazione, frustrazione di (precisate e ragionevoli) aspettative di progressione professionale, eventuali reazioni poste in essere nei confronti del datore comprovanti la avvenuta lesione dell’interesse relazionale, gli effetti negativi dispiegati nella abitudini di vita del soggetto“.

In particolare, come ribadito dalla giurisprudenza di legittimità, “non basta che sia venuta meno la supremazia o i compiti direttivi….. occorre fornire elementi per ritenere che si sia verificata una lesione di natura non patrimoniale …” (Cass. n. 5237 del 4 marzo 2011).

Infatti, il risarcimento del danno non ricorre automaticamente in tutti i casi di inadempimento datoriale e non può prescindere da una specifica allegazione, nel ricorso introduttivo del giudizio, della natura e delle caratteristiche del pregiudizio medesimo.

Dall’inadempimento datoriale può nascere, invero,  astrattamente, una pluralità di conseguenze lesive per il lavoratore (danno professionale, danno all’integrità psico – fisica o danno biologico, danno all’immagine o alla vita di relazione, che costituiscono il cd. Danno esistenziale), ma tale pregiudizio deve essere allegato in concreto.  

Una volta allegati tutti i suddetti elementi, il Giudice può sopperire ad alcune carenze della prova del danno, attraverso l’esplicazione dei poteri istruttori ufficiosi previsti dall’art. 421 c.p.c. anche con il ricorso alle presunzioni, in modo che da certe circostanze note si possa risalire all’ignoto (in tal senso, recentemente Tribunale di Roma, sentenza n. 158/2019).

In particolare, la Cassazione ha ribadito che il danno non patrimoniale derivante dal demansionamento “… è risarcibile ogni qual volta la condotta illecita del datore di lavoro abbia violato, in modo grave, i diritti del lavoratore che siano oggetto di tutela costituzionale, in rapporto alla persistenza del comportamento lesivo, alla durata e reiterazione delle situazioni di disagio professionale e personale, nonché all’inerzia del datore di lavoro rispetto alle istanze del lavoratore, anche a prescindere da uno specifico intento di declassarlo o svilirne i compiti” (così Cassazione n. 9901 del 2018 ).

Solo dopo che il lavoratore ha fornito la suddetta prova, incombe sul datore l’onere di provare la non imputabilità del comportamento e di aver adempiuto agli obblighi di protezione dell’integrità psico-fisica del lavoratore.

E’, dunque, per l’onere probatorio incombente sul lavoratore – seppur agevolato dal ricorso alle presunzioni, specie con riferimento all’intento psicologico – che le cause di mobbing sono tra le più difficili e richiedono la valutazione di una molteplicità di elementi da allegare nel ricorso introduttivo .